lunedì 24 agosto 2015

Il Teatro Clandestino di Antonio Neiwiller




Per un Teatro Clandestino di Antonio Neiwiller dedicato a T. Kantor - maggio 1993

È tempo di mettersi in ascolto.
È tempo di fare silenzio dentro di se.
È tempo di essere mobili e leggeri,
di alleggerirsi per mettersi in cammino.
È tempo di convivere con le macerie
E l’orrore, per trovare un senso.
Tra non molto, anche i mediocri lo
diranno.
Ma io non parlo di strade più impervie,
di impegni più rischiosi,
di atti meditati in solitudine.
L’unica morale possibile
È quella che puoi trovare,
giorno per giorno, nel tuo luogo
aperto-appartato.
Che senso ha se solo tu ti salvi.
Bisogna poter contemplare,
ma essere anche in viaggio.
Bisogna essere attenti,
mobili, spregiudicati e ispirati.
Un nomadismo,
una condizione, un’avventura,
un processo di liberazione,
una fatica, un dolore,
per comunicare tra le macerie.
Bisogna usare tutti i mezzi disponibili,
per trovare la morale profonda
della propria arte.
Luoghi visibili
E luoghi invisibili,
luoghi reali
e luoghi immaginari
popoleranno il nostro cammino.
Ma la merce è la merce,
e la sua legge sarà
sempre pronta a cancellare
il lavoro di
chi ha trovato radici e
guarda lontano.
Il passato e il futuro
non esistono nell’eterno presente
del consumo.
Questo è uno degli orrori,
con il quale da tempo conviviamo
e al quale non abbiamo ancora
dato una risposta adeguata.
Bisogna liberarsi dell’oppressione
E riconciliarsi con il mistero.
Due sono le strade da percorrere,
due sono le forze da far coesistere.
La politica da sola è cieca.
Il mistero, che è muto,
da solo diventa sordo.
Un’arte clandestina
per mantenersi aperti,
essere in viaggio,
ma lasciare tracce,
edificare luoghi,
unirsi a viaggiatori inquieti.
E se a qualcuno verrà in mente,
un giorno, di fare la mappa
di questo itinerario;
di ripercorrere i luoghi,
di esaminare le tracce,
mi auguro che sarà solo
per trovare un nuovo inizio.
È tempo che l’arte
Trovi altre forme
Per comunicare in un universo
In cui tutto è comunicazione.
È tempo che esca dal tempo
astratto del mercato,
per ricostruire
il tempo umano dell’espressione
necessaria.
Una stalla può diventare
Un tempio e
Restare magnificamente una stalla.
Né un Dio, né un’idea,
potranno salvarci
ma solo una relazione vitale.
Ci vuole una altro sguardo
Per dare senso a ciò
Che barbaramente muore ogni giorno
Omologandosi.
E come dice un maestro:
“tutto ricordare e tutto dimenticare”.



sabato 18 luglio 2015

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Foto di Tommaso Cosco
  
La miriade di informazioni e la superficialità con cui vengono lette, le iperconnessioni veloci in tempo reale e l'immediatezza, il narcisismo presuntuoso di un continuo balbettio privo di contenuti stanno restringendo quasi a cancellarlo progressivamente l'estensione del mondo(1) per cui solo un uomo, in quanto tale, diventa unico e proprio terreno di sperimentazione.
...“caminantes / no hay caminos / hay que caminar"..(2)

La strada si inerpica lungo i contrafforti della Sila per curve e controcurve come le anse di un fiume che scivola silenzioso nella foresta pluviale, verso il cuore dell'oscurità.
Il senso ritrovato viene soddisfatto con una pratica rivolta verso se stesso alla ricerca della propria realtà interiore. Un viaggio nel proprio spazio, riconoscendone luoghi e segni, alla scoperta della memoria di quanti hanno vissuto.
La discesa si fa necessaria per liberazione da legacci e nodi, anche indulgere nella nostalgia è permesso purchè sia ritrovata una serenità non intaccata da vincoli e limiti.
Flussi archetipici generati da un linguaggio arcaico che si fa in divenire man mano che lo si parla, drones rombanti come eruttati dal centro della terra e sibilanti come il mormorio del mare percepito accostando una conchiglia all'orecchio, preghiera e litania da cui erompe infine un singhiozzo trattenuto, la turra si rivela ora scafandro non adatto a queste profondità, il respiro pesante ad evocare con voce quasi soffocata la compassione dei propri avi, la risalita si fa ardua ed è difficile non voltarsi indietro, un bastoncino pirotecnico proietta frammenti di stelle come dono e gesto psicomagico, l'uomo esausto sullo spiazzo che delimita la soglia si offre mostrando il petto come un san sebastiano col viso ormai libero da nodi e solchi, levigato come prosciugato.

Lo spaesamento generato dalla trasformazione del reale si dissolve nelle luci del crepuscolo.

Chicchirichììììì!


1- Paul Virilio, L'Orizzonte Negativo
2- Scritta letta da Luigi Nono sul muro di un monastero di Toledo 

 

giovedì 25 giugno 2015

Urkuma ad Archiaro


 
Urkuma, Stefano de Santis, è un salentino con un sorriso semplice e spiazzante che ti guarda negli occhi e allarga le braccia come per scusarsi e ringraziarti. Urkuma è un antico termine dialettale che sta ad indicare uno stato di non-equilibrio, una imminente caduta, uno scompenso psico-fisico: in poche parole, è sinonimo di instabilità. Un “ingegnere del suono” che gira per le varie contrade d'Europa a modulare suoni e frequenze, utilizzando i vari strumenti che all'occasione si presentano, Stefano è incline a fare uso di qualsiasi cosa sia a portata di mano, tra cui laptop, piccoli dispositivi elettronici, clarinetto, effetti, strumenti vocali auto costruiti, nastri, feedback-box e tutto ciò di cui sia possibile abusare per produrre suono. Pur radicato nella sua terra Urkuma è un viaggiatore con il suo trolley di cartone sempre pronto verso nuove mete per raccontare storie attraverso i suoni. Il nome del suo sito ''Sanfocahotel'' rimanda ad un immaginario hotel sulle coste dell'adriatico salentino dove sbarcano profughi di varie nazionalità ed etnie... e' un posto iper-reale, una specie di non-luogo che ospita in se tutti i luoghi comuni del meridione e nel contempo li dissolve. 
Dopo 6 anni è tornato ad Archiaro per mettere in scena come un alchimista “gli elementi che muovono il mondo” in quattro atti, ribaltando la costruzione e lo scorrere del tempo in uno spazio, Archiaro, pronto e capace di accoglierlo. Ed ecco, da buon salentino, il tamburello suonato dagli impulsi di frequenze generate da un mixer in un drone continuo che Urkuma modula con l'imposizione delle mani. ( Nelle rappresentazioni lo sciamano suona il tamburo per esorcizzare paure e chiamare a raccolta gli spiriti buoni e scacciare quelli cattivi ). Il traliccio dell'alta tensione trasformato in totem e altare per un rito che infonde fiducia e plasma materia che si libra nell'aria ormai spirito. Lo scorrere dell'acqua frammentato e interrotto volutamente e alla fine accompagnato da campane capovolte e suonate con l'archetto del violino a ricomporre una suite quieta e ipnotica. L'atto conclusivo nell'arena naturale di Archiaro con una singola traccia composta per l'occasione da field recordings e drones che termina in loop sulla filastrocca di una anziana donna del Salento che in un rosario pagano enumera santi, numeri ed atti come una litania senza tempo. Sud e magia.
La rassegna di Archiaro, ormai decennale, proponendo artisti internazionali di ampio respiro, rappresenta una autentica fucina che sperimenta idee e le trasforma in atti, quasi una factory; negli anni si è rivelata una importante azione culturale e, pur rimanendo underground e sotterranea, uno spazio di confronto e di crescita individuale e collettiva, in perfetta armonia con l'ambiente circostante.