lunedì 16 maggio 2016

Ivan Fantini e Paola Bianchi





prove di abbandono
di Paola Bianchi e Ivan Fantini

prove di abbandono è azione coreografica e stralci di lettura dal romanzo educarsi all’abbandono _ frammenti mutili.
All’azione coreografica di e con paola bianchi  seguirà la lettura di alcuni brani del romanzo a opera dell’autore.
prove di abbandono abita luoghi, non attraversa spazi, che siano essi case private, luoghi condivisi da una comunità o abbandonati.
http://ivanfantini.blogspot.it/


Da dove viene un sasso? Quanto è profondo un sasso? Quale bellezza trattiene al suo interno un sasso? Il suo rimanere solo in balia di qualsiasi corrente non è frutto di abbandono o rinuncia ma di una condizione orfana del tutto particolare; sono orfani tutti, i sassi, adottati senza il loro consenso.         
                                                                                          Ivan Fantini educarsi all’abbandono

L'ABBANDONO
La parola abbandono contiene in sé molti significati: lasciare definitivamente, smettere, desistere / lasciare senza aiuto o protezione / smettere di fare, rinunciare, mettere da parte / allentare, lasciare andare, rilassare / venire meno, venire a mancare / non opporre resistenza. 
“La parola abbandono si porta appresso un atto di imposizione politica: sembrerebbe derivare dall’espressione medievale être à bandon, essere sottomessi a un atto di potere che ti ordina di lasciare.” (Erodoto 108 n.13) 
Abbandono porta con sé il vacuo, il vuoto, il mancante e l’orfano.
Allo stesso tempo la parola contiene il termine dono, quindi un lasciare donando, una messa a disposizione di chiunque, accezione imprevedibilmente positiva del termine.
Donare la memoria, la memoria del corpo, di ciò che ha vissuto quel corpo, la sua mappa emozionale, la sua storia che, se lasciata fluire fuor di pelle, deforma e contrae la struttura offrendoci la visione della nuda vita.

DA VICINO
Credo esistano due aspetti della coreografia nel mio lavoro che potrei definire come danza esterna e danza interna. La prima riguarda il movimento nello spazio, le linee disegnate dal corpo in movimento, la forma del corpo in contatto e in relazione con lo spazio; la seconda è esclusivamente interna al corpo stesso, è fatta di muscoli, di tensioni interne, di vibrazioni muscolari e nervose, di vene, la forma del corpo in contatto e relazione con il proprio confine, la pelle che, oltre a svelare la forma, è medium percettivo. La prima necessita distanza nella visione, per dare la possibilità all’occhio di comprenderne la totalità (dove comprendere è inteso nel senso di accogliere, lasciare agire, prendere con lo sguardo) e poterla mettere in relazione con lo spazio in cui agisce; la seconda necessita di vicinanza, l’occhio deve seguire il percorso della pelle, deve poter cogliere il dettaglio, entrare dentro la vibrazione per comprenderne il disegno. 
Paola Bianchi Corpo politico _ distopia del gesto, utopia del movimento 

PROVE DI ABBANDONO chiama la vicinanza, chiede di concentrare l’attenzione sulla danza interna e prediligere quindi una visione ravvicinata, un contatto più intimo con lo sguardo dello spettatore. Il lavoro coreografico si sviluppa all’interno del corpo, delle fasce muscolari, della postura scheletrica. Un corpo in uno spazio chiuso, ridotto, una coreografia di postura, di tensione, una coreografia puntuale, minuta, concentrata sul particolare, dove i confini del luogo dell’azione si perdono nello spazio della visione. 
Questi sono i motivi per cui PROVE DI ABBANDONO predilige luoghi non propriamente teatrali e molto piccoli, principalmente case private.

IL LUOGO
Lo spazio si pensa, i luoghi si abitano. Lo spazio si attraversa, nei luoghi si sosta. Lo spazio è l'astratto, il luogo il concreto. Tuttavia, il luogo non è solo uno spazio determinato, particolare, definito da coordinate precise. Il luogo è qualcosa che ha a che fare con la memoria, con le emozioni e con il desiderio. I luoghi stanno alla storia vissuta, come lo spazio sta al tempo cronometrato.                                                          
Andrea Tagliapietra

Secondo Marc Augè, il luogo è identitario, relazionale e storico, si fonda sull’interazione reciproca tra urbs e civitas. Il luogo è spazio + identità.
Abitare è aver cura; lo spazio di cui si ha cura diviene "casa".

        IL ROMANZO
Educarsi all'abbandono _ frammenti mutili è il secondo romanzo di Ivan Fantini - cuoco eterodosso e dimissionario, scrittore per urgenza - che esce dopo quasi due anni da Anonimo fra gli anonimi sempre per le Edizioni Barricate collana La cultura dietro le righe.
 
Abbandono. Parola complicata. Un oscillare tra positivo e negativo, entrambi bordi d’abisso. Da una parte un dare in balia, dall’altra un lasciar andare, un affidarsi completamente. E questo fluttuare è ambiguo anche nell’etimo. A bandon, vendere all’asta, all’arbitrio del miglior offerente; oppure Ab Handen, l’essere fuor di mano di un oggetto, un lasciarlo andare al suo destino, come una barchetta al destino dell’onda, un lasciarlo esistere con le sue forze senza imbrigliarlo nella funzione. Se a questo metafisico dondolio si aggiunge la parola: prova, tutto si fa ancor più complesso nel suo tendere ai confini di due estremi.
Le azioni coreografiche di Paola Bianchi e le letture di Ivan Fantini, dal suo libro educarsi all’abbandono: frammenti mutili, sono dunque agite tra l’essere lasciati e il lasciar andare. Una danza composta di gesti attivi, a volte violenti, ma subito lasciati, abbandonati. Un corpo in movimento, a scatti, frastagliato nei ritmi, schizofrenico nell’agire degli arti a diverse velocità e ritmi, nel perpetuo dondolio tra il lancio e l’abbandono a una caduta, sia essa tragica e non voluta, sia essa volontaria.
E poi il testo di Ivan Fantini. Episodi, stralci, frammenti di un agire-patire a volte in una cucina ossessionata dallo sfrigolar di carni su una griglia, che ricorda un po’ gli inferni di Emanuel Carnevali nelle cucine d’America; a volte in una campagna popolata da animali dotati della potenza dello spirito dei tempi antichi, con oggetti dotati di forza, di significati che vanno ben oltre il loro consueto. Un essere accerchiati da azioni, cose, animali che potenti oltre ogni dire, lasciano in balia, abbandonato alle proprie miserie, a pensieri vorticosi che non trovano sbocco perché avulsi da una natura che se ne frega del nostro rimuginare.
Danza e parola, corpo e suono, perché musicisti si alternano nei diversi luoghi improvvisando sonorità che si intersecano con i diversi stati e strati di abbandono. Anche i luoghi dove avvengono queste azioni è significativo: in abitazioni private, in luoghi abbandonati, oscillando tra il privato e l’assente, dove il pubblico è lì per invito, come ospite, non come a teatro dove paga ed entra a godersi l’intrattenimento. Certo, molti diranno, mica da oggi si fanno azioni artistiche, performance, in casa o in luoghi che non siano teatro, mica c’è da stupirsi. Eppure il consueto è portatore di fresche brezze di senso. Non perché abbiamo sentito mille volte il tema dell’habanera di Carmen, il senso di pericolo e di furiosi spiriti liberi e vitali vien meno, anche se viene usata per pubblicizzare un detersivo. La maestria del fare, dell’artista vero che agisce solo perché spinto da intime esigenze che profonde scuotono il suo essere, non cade mai nello scontato. Solo il mestierante e il dilettante ricadono nel circolo vizioso della consuetudine, perché incapaci di sfuggire all’attrazione del consenso, del facile, dell’ovvio. La commozione, come insegna Morandi con le sue nature morte, – sempre quelle bottiglie, sempre loro -, può abitare anche sulla tavola grezza della casa di campagna. 
Enrico Pastore 
 


 


 
 
 

martedì 9 febbraio 2016

Apolide



                     
  Percorro la lunga galleria non illuminata in apnea e con gli abbaglianti accesi pronto ad
‏ abbassarli se arriva una macchina in senso contrario. La fine del tunnel è un puntino luminoso che si fa sempre più grande man mano che mi avvicino. Uno scenario sorprendente mi si rivela davanti agli occhi, il paesaggio è vario, selvaggio e arido, la timpa della sposa mostra le sue ere a picco sul fiume, che si fa d'argento a seconda di come va il sole, sulla destra si elevano bianchi calanchi e in lontananza dopo la lunga discesa e il rettifilo il ponte annuncia la fine della corsa.
‏Apolide.
‏Subire la negatività degli altri fino ad esserne imbevuto totalmente come una spugna genera insicurezza e poca autostima, si insedia come una malattia fino a non averne più il controllo, si cade nella depressione più nera da cui a volte è difficile uscirne.
‏Con il trascorrere degli anni ci si guarda intorno increduli, talento sedato e fagocitato ormai spento, svuotata sembra diventata la tua vera natura.
‏Apolide.
‏Tracce del tuo tempo cerchi di rintracciare sui muretti a secco che hai riportato alla luce liberandoli dalla boscaglia che li aveva inghiottiti interrandoli così tanto da dimenticarsene. Mangi un fico dall' albero, chiudi gli occhi con tutti i sensi pronti a riconoscere sapori antichi. Il venticello è gradevole e porta solo odore di mare, tenti di ricordarne la sua particolarità ma per quanto ti impegni e ti ostini a non mollare alla fine di ricordi non c'è traccia, è solo brezza di mare.
‏Apolide.
‏La tristezza che genera la malinconia te la si legge in faccia, una ruga d'espressione sembra disegnata proprio lì all'angolo del naso che scende fino al mento, una musica popolare ungherese suona un lento valzer per ubriachi disposti alla resurrezione. I volti sono duri, quasi scolpiti dalla pietà. La pioggia scivola sui muri e forma pozzanghere e rigagnoli, il passo è un esercizio fisico e lo sguardo fisso, muto.
‏Apolide.
‏La stanza è abbastanza grande e tu la percorri in lungo ed in largo, lentamente, misurandola. Pensi al domani, alla partenza. Lo spazio che ti racchiude non ti dà la necessaria forza per uscire. Attendi. Nessun segno, nessuna parola. Pensi a qualcosa da fare, ma niente ti convince, la mente trova innumerevoli ostacoli per dissuaderti dal fare qualsiasi cosa. Esci d'impeto, ti ritrovi ad andare verso il parcheggio, eviti sguardi e persone, una donna depone fiori all'altarino della madonna, un veloce buonasera, continui verso l'auto, la apri e ti siedi sul lato del passeggero, fai finta di cercare qualcosa, apri lo sportello ed esci, verso casa, fai il giro lungo per non incontrare la donna dei fiori.
‏Finalmente di nuovo nella stanza. Decidi di farti una doccia. Fai la doccia.
‏Apolide.
‏La storia si ripete in situazioni già consumate stancamente, secondo vie già sperimentate, la tragedia è diventata una farsa per l'estrema mancanza di coraggio nel prendere una decisione. Musica e risate sguaiate perché divertirsi è un obbligo a cui non ci si può non attenere per festeggiare nel modo più formale la ricorrenza, tutti amici per una sera o per un momento. Stasera bisogna mettere da parte sguardi assassini e sostituirli con sorrisi di circostanza che celano parole pronunciate a denti stretti.
‏Apolide.
‏La meraviglia scioglie i pugni stretti sprofondati nelle tasche tese e la luce della luna inonda i corpi proiettandoli oltre il confine, lo smarrimento rimane una messinscena fino a che non si percorrono i vicoli dimenticati del paese e ivi si assaporano gli odori portati dal vento di settembre.