venerdì 29 gennaio 2021

Di che colore è la notte?

 


 

Il criterio fissato dal governo per determinare il colore della nostra vita è 50 casi su 100.000 per settimana. Dal punto di vista statistico si tratta di una percentuale di rischio estremamente bassa, pari allo 0,5 per mille. Come è possibile che gli uomini, per un rischio che resta basso anche se proiettato sull’intero anno, accettino di rinunciare non solo alla loro libertà, ma anche a tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta: al contatto con gli altri esseri umani, allo sguardo posato sui loro volti, alla memoria e alle feste celebrate gioiosamente insieme? Sentinella, di che colore è la notte?


25 gennaio 2021
Giorgio Agamben

giovedì 28 gennaio 2021

Benvenuti nel futuro: tiriamo a campare


 
Autoritratto dall'extramondo
( Antonio Roscio Candeliere )

Dopo quasi un anno l’Italia sta facendo ancora i conti con la pandemia, ancora lookdown, distanziamento sociale, divieto di assembramento e di spostarsi liberamente tra le regioni. Dopo mesi di quarantena ci stiamo dirigendo verso un futuro incerto fatto di crisi economica e restrizioni liberticide.Tutto accade davanti ai nostri occhi spalancati in un flusso senza fine di notizie, stimoli, segnali, tutto entra nel nostro sistema nervoso, ( Arancia Meccanica, ricordate? ) altera il nostro umore, si mescola e si confonde in un segnale indistinto, come «un televisore sintonizzato su un canale morto». Sembra di vivere in un “continuum temporale” uscito da un romanzo cyberpunk di William Gibson.

"Gibson ha il potere di farti percepire la contemporaneità. Non solo perché sa raccontare la complessità del mondo contemporaneo ma lo ha immaginato e profetizzato ben prima che si realizzasse. Fa apparire il quotidiano come futuro e fantascientifico il presente". ( Francesco Guglieri )

Una frase molto famosa di Gibson dice «il futuro è già avvenuto, ma non è ancora arrivato dappertutto». Questo prima della pandemia, ora possiamo dire che : la fine del mondo è già arrivata, lenta e graduale.

Il futuro è arrivato dappertutto, il futuro è ora, grazie alla pandemia e alla globalizzazione che l'ha generata. La fine del mondo che conoscevamo ci ha immmersi in uno shock cognitivo, con tante cause diverse ma dirette da un unico pensiero dominante che taccia chi lo avversa con due termini infami: negazionista e complottista. 

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare quello che il centralismo della civiltà dei consumi, il neoliberismo, sta attuando con la globalizzazione della pandemia, il fascismo proponeva un modello reazionario, oggi al contrario l'adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata, " i modelli culturali reali sono rinnegati, l'abiura è completa. L'antecedente ideologia imposta dal potere era il cattolicesimo, l'unico fenomeno culturale che omologava gli italiani." ( Pasolini) Il neoliberismo lo ha liquidato, una nuova religione si è affacciata alla ribalta, la scienza, con i suoi sacerdoti, medici virologi ecc ecc. a cui anche Bergoglio si è inginocchiato.

Il modello imposto dalla televisione dava valore solo attraverso i beni di consumo, ora tutto è merce e siamo arrivati a considerare solo la nuda vita biologica.

«Un processo lento che è interamente colpa nostra. Mi sembra questa la natura dell’apocalisse con cui dobbiamo fare i conti, che dobbiamo guardare in faccia».  

Un mondo nel quale “la vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent'anni non è più cambiata: non dico i suoi valori, ma le apparenze parevano dotate del dono dell'eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi”. ( Pasolini ) 
Oggi questo passato remoto è quasi sparito del tutto ed i giovani di questa dimensione storica del vivere umano neppure hanno memoria.
La profezia di Pasolini ci porta fin qui, al nostro presente.

Benvenuti nel cyberspazio!!!! 

C’era una certa fiducia che il cambiamento fosse una cosa buona per tutti, che la tecnologia avrebbe aiutato  a migliorare le condizioni dell'umanità, invece le innovazioni tecnologiche producono effetti negativi nel momento in cui ci mettono le mani persone con fini personali ed egoistici. Gli umani trasformati in macchine.

 Il caos è il dominatore del tempo e le grandi corporazioni finanziarie si stanno sostituendo agli stati sovrani. Le attuali Big Five tecnologiche hanno bilanci come il Pil di interi paesi, e hanno un peso politico che le rende più simili a degli autentici stati sovrani che ad un’azienda. Si stanno impossessando il più possibile della ricchezza sociale e delle risorse fisiche e monetarie, (Amazon Facebook Google Bill Gates stanno facendo profitti da capogiro), i governi tentano misure di stabilizzazione, ma la crescita non arriverà se non c'è lavoro ed i salari stanno diminuendo.

"Da un lato assistiamo al crollo dei nodi strutturali dell'economia. Il crollo della domanda, dei consumi, una deflazione di lungo periodo che alimenta la crisi della produzione e della disoccupazione, in una spirale che possiamo definire depressione, ma è più di una depressione economica. È la fine del modello capitalista, l'esplosione di molti concetti e strutture che tengono insieme le società. Allo stesso tempo, stiamo assistendo all'enorme rafforzamento del capitalismo delle piattaforme e delle aziende digitali nel suo complesso." ( Franco Bifo Berardi )

La crisi provocata dal virus non è soltanto una crisi economica, è anche una crisi mentale, psichica nell'immaginare un futuro che dia certezze e non crisi di speranze.

Questa pandemia sembra solo l'inizio di un periodo di catastrofi globali a livello non solo economico ma anche ambientale. Non è un caso che alcuni storici parlano dei «lunghi anni Ottanta»: allora è iniziato un periodo storico che, forse, solo il Covid sarà in grado di chiudere. Negli Ottanta si sono definiti rapporti di forza tra occidente e oriente, è emersa l’Asia come attore politico e centro dell’immaginario, hanno preso piede le identity politics. Ma soprattutto si è assistito al ritirarsi dello Stato a favore delle corporation. Blade Runner. Ormai ci siamo dentro. Non c'è una minaccia aliena pronta ad invaderci ed il futuro, incombente e sconosciuto è tutto intorno a noi, dentro di noi, come ci dice William Gibson nei suoi libri. Dobbiamo solo guardarlo e saperlo riconoscere. Non si può ritornare al passato e neppure aggrapparci a quello che abbiamo adesso, è arrivato qualcosa di nuovo che non siamo stati in grado di prevedere. Possiamo leggere i libri di Gibson come manuali di sopravvivenza ed immaginare reti autonome comunitarie che non dipendono dal profitto e dall'accumulazione. Riattivare l'inesauribile energia dell'immaginazione. Ma ne siamo ancora capaci? Una società futura che va oltre la scarsità, una società comunitaria o comunista nel termine usato da Marx, un mondo governato in base al principio "ognuno secondo le sue capacità; ognuno secondo i suoi bisogni". 

Star Trek: The Next Generation.




 

 

giovedì 17 dicembre 2020

Il contagio di un'idea di salute

“Una società industriale avanzata genera malattia perché rende gli uomini incapaci di controllare il proprio ambiente e, quando essi crollano, sostituisce una protesi «clinica» alle relazioni spezzate. Contro un simile ambiente gli uomini si ribellerebbero se la medicina non spiegasse il loro scombussolamento biologico come un difetto della loro salute, invece che come un difetto del modo di vivere che viene loro imposto (…). L’assicurazione di personale innocenza politica che la diagnosi offre al paziente serve come una mascherina igienica che giustifica un ulteriore asservimento alla produzione e al consumo.” (Ivan Illich, Nemesi medica, p. 174-175)


 In parallelo ai processi di esproprio dei mezzi di salute e di statalizzazione e tecnicizzazione della medicina, l’origine della malattia si sposta sempre più verso l’interno dell’individuo: da esito di una certa configurazione ecologica e sociale (e parte ineludibile dell’umana finitudine), la malattia diventa un disfunzionamento privato, una falla nel funzionamento interno – meccanico, chimico, psichico – del soggetto, da affidare alle competenze certificate di un professionista e alla mano provvidenziale dello Stato. La morte stessa si fa impensabile: il soggetto della modernità ne è terrorizzato perché essa annulla il solo senso esistenziale possibile, quella della sopravvivenza individuale, del dominio sulle cose e del godimento; anch’essa, dunque, è stata progressivamente sottratta alla lavorazione culturale collettiva e affidata alle cure degli specialisti.



Riletto oggi, Nemesi medica di Ivan Illich fa l’effetto di una doccia scozzese: dapprima sollievo («finalmente qualcuno che mette in fila le cose!»); poi una serie di grattate dolorose alla sensibilità corrente (ad esempio le notazioni sulla patogenicità del sistema medico); e infine una sorta di vertigine quando ci si accorge che, a metà degli anni Settanta, concetti che oggi suscitano scandalo erano moneta corrente. La sua lezione più importante si può forse riassumere così: nessun punto della “macchina”, per quanto marginale, può essere cambiato senza modificare il sistema nel suo complesso. Da quanto tempo non si sentiva niente del genere…

Il neoliberismo ha portato un’eclissi durevole dei guadagni teorici dei due decenni precedenti e reso quasi inascoltabili le parole di quell’epoca. E, soprattutto, ha parcellizzato e individualizzato processi e relazioni fino a polverizzare gli sguardi e le possibilità critiche: anche presso i soggetti più attenti, capaci di cogliere le storture e disposti a lottare per questa o quella causa, il quadro d’insieme risultava spesso inafferrabile.

Ora l’«evento-covid» arriva a sollevare il velo e rimette sotto gli occhi di tutti la profonda discrasia sistemica in cui viviamo – discrasia che non è stata causata dal virus: era già lì, ma non riuscivamo più a coglierla. La si può descrivere come la distanza che intercorre fra le esigenze del capitale e quelle degli umani (e degli altri viventi, e della terra). Il nostro mondo è ben organizzato secondo una logica di massimizzazione del profitto che mette tutto a servizio del plusvalore e si traveste, in circostanze ordinarie, da migliore dei mondi possibili. Finché le cose più o meno funzionano come ci aspettiamo, è difficile rendersi conto della qualità non-umana del suo assetto. È in circostanze non ordinarie, quando la logica umana di cura e solidarietà non può più essere aggirata, che ci si accorge di essere intrappolati nel letto di Procuste della logica del profitto, vincolati a una macchina che, dal punto di vista dell’umana esistenza, è completamente illogica. La logicità del sistema rispetto al profitto, e la sua illogicità rispetto alla vita, spiega la contraddittorietà del panorama che abbiamo di fronte ed è ciò che dobbiamo portare a tema in tutte le circostanze possibili.

Tratto da "Come siamo arrivati fin qui" di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni

https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/12/come-siamo-arrivati-fin-qui/

sabato 21 novembre 2020

Giovanni Lindo Ferretti. Non Invano.

 


Fuma ancora?
Certo. La mia mascherina è la coltre di fumo che c’è tra me e il mondo.
Quando, una ventina d’anni fa, il tabagista Giovanni Lindo Ferretti fu operato di tumore alla pleura i polmoni erano sani come quelli di un bambino. «Adesso come allora il mio problema è la mia salvezza». Parole da perfetto reazionario. «Non può farmi complimento migliore». Ecco Ferretti: pronto ai paradossi e a capovolgere problemi e soluzioni. Sessantasette anni, fondatore dei Cccp – Fedeli alla linea, primo gruppo punk italiano poi evoluto nei Csi (Consorzio suonatori indipendenti) e nei Pgr (Per grazia ricevuta). Uno che aveva la cresta rossa e girava in minigonna e stivali militari. Che è tornato a casa, al cristianesimo, vive a Cerreto Alpi, un borgo incastonato nell’Appennino emiliano che declina verso la Toscana. Settanta anime, bar alimentari circolo ricreativo, chiesa, cimitero, stalle. Un posto dove il tempo si è fermato. Come si vede in Ora, il video da poco pubblicato su YouTube.
La sua vita è cambiata da quando si è diffuso il morbo?
Non granché. Anzi, nella quotidianità non è successo proprio nulla. Sono cambiati i pensieri. Quando si arriva qui, di solito, si resta colpiti dal silenzio ma ora il silenzio si è fatto così acuto che ci ha rintronati.
Racconti.
Pensavamo anche noi che quello di prima fosse silenzio ma nella valle c’è una strada statale, il cielo era attraversato dagli aerei e ci spostavamo in macchina. Adesso siamo tutti fermi, camminiamo lenti e i pensieri rimbombano.
Il primo qual è?
Negli ultimi anni, per liberarmi da un eccesso di inviti, proposte, aspiravo agli arresti domiciliari. Troppa grazia: ci siamo finiti tutti, abbiamo consegnato la nostra libertà in cambio di una promessa medico scientifica di sicurezza. È il segno che abbiamo valutato male molte cose.
Tipo?
La libertà di spostamento. La riavremo in cambio della tracciabilità? Sarà un potere tecnico-scientifico con finalità etico-morali la soluzione dei nostri problemi?
È uno stato di emergenza.
Niente come l’emergenziale apre al possibile, al consuetudinario. Non ho soluzioni, pongo domande.
Non crede che ciò che sta succedendo possa portare svolte positive?
Non vedo come, mobilità e socialità sono comportamenti improvvisamente divenuti pericolosi. Parlando da qui: i borghi di montagna e le terre alte hanno un’economia ridotta a turismo. Mi permetto di ricordare che quassù non ci sono molte casse integrazioni.
Come tanti paesi, Cerreto Alpi è rimasto in un’altra epoca?
Non c’è dubbio. Però se continui a portare sempre i soliti pantaloni a campana, quando tornano di moda sei all’avanguardia.
Siete da sempre in lockdown. Tempo lento, pochi assembramenti…
Di fronte a tanto dolore è vergognoso dire che qui è una specie di paradiso terrestre. È che si intravede l’angelo che si sta posizionando sulla porta….
Vive con uno zio di 94 anni e ha un cugino di 86 in casa di riposo. Ha paura?
Sono il loro parente più prossimo. Per mio cugino lo ero perché è morto qualche giorno fa.

Mi dispiace…

Quanto a me, non ho paura di ammalarmi o morire. La vita è così: dentro la disgrazia c’è la grazia e la grazia contiene la disgrazia. Mi sono già trovato, in ospedale, insicuro del risveglio. Con la paura della morte è meglio cominciare a fare i conti da adolescenti. Certo, per far tesoro della disgrazia bisogna che da qualche parte ci sia la grazia.
Dopo saremo migliori?
Non vedo in forza di cosa. Ci sono buone possibilità del contrario.
Qualcuno ha fatto il confronto con l’11 settembre.
Il terrorismo internazionale ha prodotto una crisi estrema, ma lo conoscevamo. La storia dell’umanità è costellata da violenza e guerre. Il virus mina l’economia, la politica, la religiosità, il costume. L’immaginario. Credevamo di aver debellato il male ma risultiamo vulnerabili.
Lo spot di una casa automobilistica tedesca dice: «Il momento giusto per ogni cosa? È quando decidi di viverlo».
È proprio questo «deciderlo tu» che è crollato.
Lo sconcerto è che non ci sia il vaccino.
Possiamo credere che ci sarà, non che sconfitto un virus non ne arrivi un altro.
Il video intitolato Ora si pronuncia con la «o» stretta o larga?
Avverbio di tempo o voce del verbo orare? Decida lei.
Dice che siamo «connessi, tracciabili, asettici»: che cosa la inquieta?
Questa forma di tecnodipendenza. Per richiedere il sussidio di 600 euro bisogna connettersi. Per mandare i figli a scuola serve un computer, un allacciamento e una buona connessione. Persino per la messa serve un pc o uno schermo… rito o spettacolo?
La tecnologia non fornisce soluzioni?
È la soluzione il nostro problema.
La tecnologia è il problema?
Ne abbiamo una visione teologica. È il nuovo idolo. Ci affidiamo a lei come ci si affidava ai miracoli. Mi auguro funzioni come a volte funzionavano i miracoli. Però ammettiamo di essere nel campo della teologia.
Nel video dice «comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte». Siamo soli davanti a uno schermo?
Lo inseguivamo da molto e finalmente il regno delle solitudini si è materializzato. Connessi, nelle proprie case, cittadini singoli, liberi in libero Stato nel libero mondo. Dovremmo essere contenti, no? Nell’ultimo secolo abbiamo cancellato famiglie, comunità, piccole patrie, corpi intermedi e i doveri che derivano dalla vita comune e reale, non virtuale. Ho ben presenti difetti e orrori della famiglia e della società tradizionale. Ma conosco altrettanto bene l’orrore e la solitudine esistenziale nella quale ci siamo infilati.
Nelle prime c’era una legge morale da seguire, nella seconda c’è il nichilismo?
È stata cancellata la dimensione naturale e cosmica dell’uomo. Il quale s’illude di essere ciò che decide, come diceva quello spot. Uno che non decide nemmeno di venire al mondo, di esserci.
Questa pandemia porterà un po’ di umiltà?
Non vedo perché questo morbo debba essere così benefico. Non c’era bisogno del virus, abbiamo appena avuto terremoti distruttivi, muoiono comunque persone care, la malattia e il dolore c’erano anche prima del coronavirus.
Tornando al video la si sente dire: «Tutti da Fabio Fazio la domenica sera». Che cosa non le piace?
Il Papa che cita Fazio l’ho trovato imbarazzante. Si reggono cose tremende poi un’inezia ti distrugge.
Le chiese chiuse le sopporta?
Si riaprono le librerie perché allietano l’anima, ma le chiese ben chiuse che l’inquietano.
A Cerreto Alpi c’era pericolo di assembramenti?
Si agisce per ideologia, senza una visione materiale della quotidianità. Qui non è cambiato nulla col virus. Le novità sono la chiesa e il cimitero chiusi. Il problema non doveva nemmeno porsi. A messa la domenica siamo una decina. Nel cimitero, all’aperto, due o tre volte l’anno vedo un’altra persona a 50 metri.
Contesta l’acquiescenza delle gerarchie ecclesiastiche?
L’acquiescenza preventiva, chiusa prima la chiesa del bar.
L’acquiescenza delle gerarchie e l’invadenza dello Stato?
Lo Stato contro il diritto naturale. In Veneto hanno dato il permesso di mangiare in giardino, capisce? Si possono portare fuori i cani, ma non con tutte le precauzioni i bambini?
La sua conclusione è il benedettino ora et labora?
Senza orare né laborare? Non mi si dica che la preghiera è libera nell’anima, quello è nell’ordine dei sentimenti e nessuno può impedirlo. La preghiera è soprattutto liturgia e se impedisci di lavorare impedisci il pane quotidiano. La metà del genere umano si guadagna il pane in modi non sindacalizzabili e gestibili dall’alto. Illegale? In queste montagne non ci sono cassa integrazione e sussidi statali.
Si sente fuori dal mondo?
Al contrario, sono al centro del mondo. Nel posto in cui sono stato desiderato e amato, nella casa della mia famiglia, tra la mia chiesa e il mio cimitero, al cospetto della creazione.
C’è un gesto o un’immagine che le è rimasto in mente di questo periodo?
Due immagini. La prima me l’ha mostrata la filmaker che lavora con me. È una foto dalla Mongolia: un drappello medico militare dell’esercito cinese a cavallo, tanto utile a contenere che ad allargare il contagio. La Cina è l’impero di mezzo, e muove. L’altra immagine è la prima liturgia in piazza San Pietro deserta, il Papa senza curia, Urbi et orbi. Bellezza e timore. Prescindo da valutazioni positive o negative, la Cina e la Santa sede sono i soli due soggetti politico sociali presenti in questa situazione. Tutto il resto è silente, litigioso e insignificante, o non pervenuto.
A cosa sta lavorando?
Il 29 febbraio ho consegnato a Mondadori un nuovo libro, dieci anni di riflessioni, chiuso il conto con il tempo di prima. Sto lavorando ad un nuovo video canzone: Ora II.
Come sarà la nuova normalità?
Quando finirà questa sospensione non sarà possibile tornare a prima, è un tempo sconosciuto.

 


http://cavevisioni.it/riaperto-le-librerie-delle-chiese/

venerdì 20 novembre 2020

Il Pedante: Pandemia di legge

 Occupandomi mesi fa di «lockdown», osservavo che nessun problema vero o presunto, semplice o difficile, sanitario o non sanitario, individuale o collettivo, può risolversi privandosi delle risorse necessarie alla sua soluzione. Rimarcavo allora, tra le altre cose, che per proteggere una comunità a rischio occorre mettere chi non è a rischio nella condizione di rendere effettiva quella tutela. Il caso di oggi non smentisce la regola e anzi la conferma a corollario di una più ampia legge naturale: se i più fragili sono esposti a un certo pericolo, la popolazione restante è chiamata ad attivarsi affinché godano di cure, protezione, reddito, supporto fisico e morale. Non a disattivarsi come predica la logica del «lockdown», che nel minare la capacità produttiva e la serenità di chi dovrebbe farsi carico dei vulnerabili, estende la vulnerabilità a tutti, moltiplica la quantità e la qualità del pericolo e rende impossibile la reazione.

Dopo avere scritto queste cose tutto sommato scontate, constatavo che la consapevolezza della contraddizione era ben più estesa di quanto immaginassi. A parte i pochi «esperti» che riuscivano a portarla sugli schermi televisivi, sempre più persone misuravano la sproporzione tra i danni anche ufficialmente circoscritti del problema e quelli invece universali della sua «medicina». Con il ritorno delle chiusure autunnali, grandi folle occupavano le piazze italiane per rivendicare il diritto di vivere del proprio lavoro e contribuire così al benessere, e perciò anche alla salute, della propria comunità. Non si trattava di posizioni eretiche o - qualunque cosa significhi - «negazioniste», se è vero che il 9 ottobre uno degli inviati speciali dell’OMS per l'emergenza Covid-19, David Nabarro, dichiarava in un videocast della rivista Spectator che

noi dell'OMS non invochiamo i lockdown come mezzo principale per controllare questo virus. L'unica situazione in cui riteniamo che un lockdown sia giustificato è quella in cui si deve guadagnare tempo per riorganizzarsi [...] ma, in generale, non lo raccomandiamo. [...] Guardate ciò che sta accadendo ai livelli di povertà. Entro il prossimo anno la povertà nel mondo potrebbe raddoppiare. [...] È una catastrofe globale terribile e spaventosa, quindi ci appelliamo con forza ai leader mondiali: smettete di utilizzare i lockdown come principale metodo di controllo. Sviluppate sistemi migliori per farlo. Lavorate assieme, imparate l'uno dall'altro, ma ricordate: i lockdown hanno una sola conseguenza, che non dovete assolutamente trascurare, che è quella di rendere le persone povere terribilmente più povere.

Lì il dott. Nabarro non citava nemmeno la malattia Covid-19, «una malattia normale» (così il dott. Roberto Bernabei, membro del CTS del Governo) che colpendo in modo grave quasi solo persone in età non più lavorativa non potrebbe neanche avvicinarsi all'obiettivo monstre di raddoppiare la povertà nel mondo. La «catastrofe globale terribile e spaventosa» era invece quella del suo presunto rimedio, già annunciata in aprile dal Programma alimentare mondiale dell'ONU, secondo il quale le centinaia di milioni di persone afflitte dalla fame sarebbero raddoppiate a causa dei «lockdown», e patita in modo esemplare anche da una nazione sviluppata come l'Argentina, ridotta in miseria dopo otto mesi di ininterrotta chiusura e ciò nondimeno... di ininterrotta crescita dei contagi.

Dei tanti modi in cui i «lockdown» erodono gratuitamente la salute di tutti, quello economico è solo il più evidente. Con la disoccupazione, i fallimenti, l'impoverimento e la precarietà non si deteriora solo il benessere fisico e psichico dei singoli, ma anche la ricchezza erariale di tutti e quindi la possibilità di godere di servizi pubblici anche sanitari, il cui «affanno» presente non potrà dunque che aggravarsi per la carenza di risorse fiscali da destinare a personale, macchinari, farmaci e strutture. A questa parte emersa del problema deve aggiungersi quella più profonda del disagio cagionato dall'incertezza del futuro, della paura delle sanzioni, della reclusione in casa (che, avverte lo stesso Bernabei, «ammazza come il virus»), dell'isolamento dei più fragili e del timore di sottoporsi a prestazioni sanitarie anche per malattie ben più letali come quelle oncologiche, i cui screening sarebbero già calati di quasi un milione e mezzo di unità nella prima metà dell'anno. Manca poi la parte più preoccupante perché di lungo effetto, quella a carico di bambini e ragazzi, che senza dover temere la nuova malattia ne trangugiano più di chiunque altro il preteso farmaco: con la segregazione, la separazione dai coetanei, la mancata attività fisica all'aperto, l'indebolimento delle figure genitoriali, lo scadimento dell'istruzione e l'abbandono scolastico, l'alienazione della didattica a distanza e la dipendenza informatica. Le ferite inflitte ai più giovani si cronicizzano e si trasmettono alle generazioni future. In un’indagine condotta la scorsa primavera dall’ospedale pediatrico Gaslini sono state riscontrate «problematiche comportamentali e sintomi di regressione» in circa 2 minori su 3, mentre la malattia che dovrebbe giustificare questa sofferenza ne ha sinora colpiti in modo sintomatico pochi su 1000.[1]

Adottando qualsiasi definizione di salute, non c'è dubbio che il «lockdown» sia oggi in sé un agente patogeno di portata pandemica in grado di produrre un vasto spettro di sindromi e complicanze, anche fatali. Sarebbe perciò urgente condurre studi epidemiologici sul suo impatto nelle popolazioni coinvolte, come si è già fatto in passato trattando gli effetti dell'austerità fiscale. Nelle more di siffatte indagini, si possono utilizzare le esperienze e i dati disponibili per abbozzare un confronto tra il patogeno «lockdown» (L) e quello virale (C) di cui L vorrebbe essere l'antidoto.[2] In quanto a morbosità, C produce sintomi in meno dell'1% della popolazione italiana[3] e dall'inizio dell'epidemia ne ha colpito in modo severo o critico lo 0,1%,[4] mentre L sta colpendo tutti (100%). In quanto a patogenicità e letalità, C può scatenare una malattia respiratoria da lieve (36,5% dei casi) a grave (5,8%)[5] e non provoca la morte nel 97,8% dei contagiati con meno di 80 anni (99,1% in quelli con meno di 70),[6] mentre ad oggi sono stati confermati 174 casi di deceduti (lo 0,02% dei contagiati o, proiettati sui decessi totali, lo 0,13%) che non avevano già in corso patologie croniche o gravi.[7] L può innescare uno o più stati patologici invalidanti collegati alla privazione materiale, sociale e affettiva, alla sedentarietà, allo stress, ai conflitti e al limitato accesso ai servizi socio-sanitari, la cui potenziale letalità è documentata, ma non ancora quantificata nel caso. Inoltre, C uccide individui di età media pari all'aspettativa di vita nazionale («fucila i vecchi», cit. Bernabei), mentre L minaccia la vita in ogni fascia anagrafica, avendo ad oggi fatto triplicare la mortalità tra gli infartuati e i neonati e promettendo domani di fare dei decessi per tumore «la prossima pandemia». Infine, in quanto a impatto sociale, C impone maggiori cautele verso le fasce sensibili (terza e quarta età, immunodepressi, malati cronici ecc.) specialmente nelle zone più a rischio e un potenziamento dei servizi sanitari dedicati, mentre L reclama la chiusura di scuole, università, teatri, parchi, impianti sportivi ed esercizi commerciali, la repressione di alcuni diritti costituzionalmente ordinati, solitudine, disagi in tutta popolazione e una recessione economica di molti punti percentuali.

Gli indicatori epidemiologici disponibili e approssimabili per ordine di grandezza suggeriscono che il rischio sanitario rappresentato da L supera nettamente quello di C, sia per la numerosità e severità delle patologie collegate, sia per l'universalità dei soggetti che le esprimono, singolarmente o in comorbidità. Per questi motivi, pur restando da verificare la maggiore letalità dei suoi singoli effetti, è plausibile se non proprio certo – stando ai riportati allarmi degli esperti sanitari e internazionali - che esso sia destinato a esprimere una mortalità globalmente molto più elevata. Va perciò accettata l'ipotesi che le sindromi da «lockdown» rappresentino l'evento patologico nuovo più importante, ancorché negletto, che minaccia oggi il benessere e la vita delle popolazioni del mondo. Che, in breve, la prima epidemia di cui occorre preoccuparsi sia quella diffusa dalla pratica dei «lockdown», tanto più incomprensibile non solo in quanto sembra piuttosto lontana dal mantenere gli effetti contenitivi che promette,[8] ma più ancora perché prodotta - questa volta per davvero, senza immaginare complotti - in laboratorio, disegnata ad arte dagli uomini, codificata minuziosamente nelle leggi e inflitta ai cittadini con la forza pubblica, affinché non si attivino gli anticorpi del lavoro, della socialità e della critica. Invece di fermarla, l’epidemia artificiale così allestita ha surclassato la sua antagonista naturale in ogni dimensione possibile e se ne è fatta scudo per aggiungere al danno contenibile e contenuto del virus l’incontenibile danno della propria furia, e infilare l’umanità in un circolo di distruzione che la natura, da sola, non avrebbe mai potuto realizzare.


* Questo articolo è apparso in forma riadattata sul numero de La Verità del 15 novembre 2020. In quella sede, per un disguido redazionale, sono state pubblicate alcune elaborazioni numeriche provvisorie. Il testo che segue e le note esplicative rettificano e integrano quanto pubblicato sulla versione a stampa.

Note
  1. Cfr. P. Poletti et al., Probability of symptoms and critical disease after SARS-CoV-2 infection e nota 2, fonte 2), pag. 21. Su un campione di 304 soggetti positivi tra 0 e 19 anni, il 18,09% ha riportato sintomi. I sintomatici cumulati nella fascia d'età sarebbero quindi (18,09% * casi) = (18,09%*102.419) = 18.528, che rappresentano sulla popolazione 0-19 anni il (18.528/10.720.000) = 1,73‰.
  2. I dati riportati nel seguito sono tratti dalle pagine web dell'Istituto Superiore di Sanità consultate in data 15 novembre 2020: 1) infografica Dati della Sorveglianza integrata COVID-19 in Italia. Dati cumulativi; 2) report Epidemia COVID-19. Aggiornamento nazionale 7 novembre 2020 –ore 11:00; 3) infografica Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia. Dati al 11 novembre 2020. È bene ricordare che i numeri assoluti degli asintomatici sono certamente sottostimati (più difficilmente quelli dei sintomatici, soprattutto se gravi).
  3. Cfr. nota 2, fonte 2), pag. 22. I contagiati sintomatici sono (pauci + lievi + severi + critici) = 46.110 + 94.295 + 19.261 + 3.125 = 162.791, su un campione analizzato di 384.531 contagiati (74,6% dei 515.522 casi confermati). La stima per proiezione risulta come (sintomatici/74,6%) / (popolazione italiana) = (218.246/60.360.000) = 0,36%.
  4. Cfr. nota 3. L'incidenza dei casi severi e critici (19.261 + 3.125) sul campione ad oggi analizzato (384.531) è del 5,82%. La proiezione sui casi totali dall'inizio (1.070.524), pari a (1.070.524 * 5,82%) = 62.322, ammonta al (62.322 / 60.360.000) = 0,10% della popolazione.
  5. Cfr. nota 3. Lievi = (pauci + lievi) / (casi confermati) = (46.110 + 94.295)/384.531. Gravi = (severi + critici) / (casi confermati) = (19.261 + 3.125)/384.531.
  6. Cfr. nota 2, fonte 2), pag. 21. La non letalità è (1 - letalità).
  7. Cfr. nota 2, fonte 3), su un totale di 1.070.524 casi dall'inizio. Le cartelle cliniche sinora analizzate sono 5.234 (il 12,85%). La proiezione dei deceduti senza altre patologie ammonterebbe a (174/12,85%) = 1.354 unità.
  8. Il caso unico in Europa del governo svedese, che ha scelto di non istituire «lockdown», è stato spesso criticato in quanto non ha conseguito l'obiettivo auspicato da alcuni di rendere immune la popolazione. Il fatto che la Svezia si collochi ciò nondimeno nella media europea per incidenza dei contagi dovrebbe però bastare per mettere seriamente in discussione l'efficacia profilattica delle chiusure. All'opposto, la citata Argentina è il paese che ha praticato il «lockdown» più di tutti e più a lungo di tutti e, insieme, il quarto al mondo per incidenza di decessi e settimo per incidenza di casi. Gli autori del più ampio studio globale finora condotto sul tema, pubblicato sulla rivista Lancet nell'agosto di quest'anno, hanno concluso che «le rapide chiusure dei confini, i lockdown totali e i test di massa non sono correlati al tasso di mortalità per Covid-19» (per altre ricerche sulla mancata correlazione tra chiusure e incidenza di morti e contagi, cfr. qui e qui).
    https://sinistrainrete.info 
    http://ilpedante.org/post/pandemia-di-legge#fnref:8