Alzek Misheff
Il richiamo dell’opera è, in modo lampante, al “Quarto Stato” di
Pellizza Da Volpedo. I protagonisti del quadro di Alzek Misheff non
sono, però, intenti a scioperare, come avviene nell’opera di Pellizza Da
Volpedo. Marciano anch’essi, decisi e orgogliosi, verso di noi che
osserviamo la scena. Ma non stanno scioperando. Si sono sposati. Dietro
di loro, una chiesa. Intorno a loro, compaesani che giubilano e fanno
festa.
L’epoca del capitalismo flessibile post-borghese ha reso il
matrimonio un gesto contestativo e antagonistico quanto poteva esserlo
lo sciopero ai tempi di Pellizza Da Volpedo.
Il nostro presente, caratterizzato da una flessibilità che ci vuole
tutti atomi migranti e precari, privi di qualsivoglia stabilità
(compresa, ça va sans dire, quella sentimentale che si sedimenta nella
vita matrimoniale come “scelta” sempre ribadita, per dirla con Kierkegaard), non permette al mondo della vita di stabilizzarsi.
Per un verso, complice la precarizzazione esistenziale oltreché
contrattuale, ci rende tutti a tempo determinato. E, per un altro verso,
mira a colonizzare le nostre menti e i nostri cuori con il discorso
della ragione flessibile della new economy. Ecco, allora, masse di
giovani che scendono in piazza a manifestare contro la famiglia
(giudicata sessista, omofoba e retrograda), proprio quando è la logica
illogica della precarietà coatta a impedire loro in concreto di farsi
una famiglia. È il capolavoro del potere quando gli schiavi amano le
proprie catene.
Il matrimonio raffigurato da Alzek Misheff è oggi rivoluzionario
quanto lo sciopero di Pellizza Da Volpedo, in quanto è stato eletto dal
capitale flessibile a proprio nemico: non soltanto perché è pur sempre
un contratto a tempo indeterminato, ma anche perché è la cellula
genetica di una comunità solidale – la famiglia – che, come ricorda
Hegel, deve costituire il fondamento di ogni etica comunitaria. Del
resto, è anche per questo che lo stesso Hegel chiamava i cittadini dello
Stato membri della “famiglia universale”.
Diego Fusaro
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