martedì 12 luglio 2011
Laverna.net: quiet area
Sembra di trovarsi veramente in un'area quieta e liberata, a chi entra in contatto, anche per solo un attimo, con quelli di Laverna. Ciò che colpisce è l'amore e la passione insieme ad una disponibilità discreta e ad una grande professionalità.
Laverna è la più importante net label nazionale nel campo della produzione artistica di un suono che va dall'elettronica all'ambient al noise.
La circolazione libera della musica rappresenta un aspetto innegabile della libertà di ciascuno ed un elemento decisivo della crescita culturale e della diffusione di conoscenza della produzione artistica. Laverna.net è parte della comunità randagia che progetta musica sotterranea e sperimenta idee e sonorità per le nostre liberazioni. E' un canale aperto di diffusione.
Basta sfogliare il suo catalogo per capirlo: Gigi Masin, Enrico Coniglio, Molven, The Infant T(h)ree, Emanuele Errante, Stella Polanski ed altri. Tutti in free download!
Un esperimento molto ben pensato e riuscito di cui si può ascoltare il sonoro in Lavmix08 è stato, appunto, Quiet Area, un progetto di Enrico e Francesca Coniglio, ispirato da "Quiet Voices", un evento a cui i due artisti hanno partecipato in occasione del the BIG CHILL festival, agosto 2010, Eastnor Castle, Herefordshire, UK.
Quiet Area è un format modulabile pensato come site specific, un evento multimediale promosso da Laverna.net che mette al centro della scena il pubblico e suggerisce particolari modalità di partecipazione.
Il pubblico di Quiet Area è invitato a distendersi sul pavimento (su materassini ad esempio) e fruire l'evento in posizione supina: i visuals vengono infatti proiettati sul soffitto della location.
Quiet Area è un evento pensato per il coinvolgimento emotivo del pubblico, per il rilassamento, dalla meditazione al mental-travelling.
L'evento può comunque essere fruito dal partecipante in tutta libertà e con diversi gradi di attenzione.
Quiet Area è un'evento situazionista, che non ha un canovaccio da seguire se non quello definito dallo stesso susseguirsi degli artisti che in esso performano, proponendo musica, video, danza, reading e altre forme d'espressione artistica.
Hanno partecipato i musicisti: Enrico Coniglio, Infant Too, Massimo Liverani, Ennio Mazzon e Molven;
le danzatrici: Marta Plevani e Sara Chiostergi; i video artisti: Francesca Coniglio, Donato Gagliano, Silvia Berton, Alberto Mandelli e BNTMRC77.
lunedì 4 luglio 2011
Cristina Pullano: operette mUrali
Cristina Pullano - Untitled
Cristina Pullano - Untitled ( particolare )
Cristina Pullano
Cristina Pullano
Cristina Pullano sembra rappresentare con Untitled, in mostra a Reggio Calabria, presso i padiglioni della Biennale riservati alla Regione Calabria, il peregrinare dello sguardo in cerca di un appiglio dove approdare e riconoscere, nell'uso consapevole del quotidiano, un mezzo dove l'oggetto si fonde con il testimone. Una arte popolare dove gli oggetti rivivono nella giusta dimensione in base ad un processo e ad un percorso iniziatico con una forte connotazione simbolica che l'artista ha compiuto prima dello spettatore. Una tela che può passare inosservata solo allo sguardo superficiale e pregiudiziale poichè richiede e pretende un tempo. Rimanere nel tempo come prendersi cura, salvaguardare e proteggere le cose della vita. L'artista utilizza una volgare tempera e colla, sovrapposte strato su strato, mostrando una grande sensibilità materica, con l'uso di bisturi e lame scolpisce e con la carta vetrata leviga e toglie il grezzo per rivelare infine l'anima delle cose. A seconda da quale lato si guarda Untitled, il bianco si riempie di luce che resiste all'ombra che incombe e ne prende il sopravvento rivelando la sua consistenza. Il costrutto per via della legge di trasformazione sembra sfumare, come polverizzato da una esplosione al rallentatore.
Cristina Pullano nel corso di una conversazione e di uno scambio di e-mail si è voluta raccontare nel seguente modo.
" Lo dico subito: la mia partecipazione alla 54^ Edizione della Biennale di Venezia - Padiglione Calabria, intendiamoci - è un bluff con cui personalmente tasto il polso dello stato dell'arte in Italia. Non si può dire ch'io abbia all'attivo una produzione pittorica continuativa eppure, quando ho accolto l'invito a partecipare alle Selezioni, stranamente nessuno si è posto il problema al posto mio (mi si scusi lo scioglilingua) e, dai pochi a cui ne ho raccontato l'esito, non ho ricevuto le polemiche che continuano a caratterizzare la "Edizione di Sgarbi", quelle che ancora echeggiano per tutta la penisola. Forse per quieto vivere, tutt'al più sono stata invitata a non fare la finta modesta (parte che credo reciterei malissimo), e qualcuno mi ha detto che il lieto evento potrebbe essere un ottimo pretesto per ricominciare. Mi chiedo: ricominciare cosa? Da dove?
Faccio una veloce retrospettiva di me stessa, e mi accorgo che di certo è esistito un inizio, eppure non ancora la fine. Per lo meno non una soltanto. Nella mia testa continuano semplicemente a esistere infinite variazioni sul tema, i cambi di itinerario, gli approdi e le nuove rotte da disegnare. Fondamentalmente in Accademia sono partita da un foglio d'imballaggio e ho finito con un video per Tesi, dopo brevi incursioni in altri linguaggi.
Quando dipingevo sistematicamente (e annoiandomi non poco), intendevo usare il bianco più per questioni opportunistiche e per pigrizia che per etica. Dopo sono riuscita ad affezionarmi alla tempera, quella densa, volgare, e ho ricordato che il bianco è pur sempre tutti-i-colori. Poi la scelta del figurativo si è fatta ricerca di oggetti da sottrarre all'aggressione dei soliti oblii quotidiani, e volevo che quelle stesse cose "sbrinassero" dal supporto per s-materializzarsi sulla retina paziente.
Vorrei dire a chi passa e (forse) si ferma, che continuo a non saper fare quello che faccio. Lo ammetto candidamente, e non per questioni di finta modestia, sottolineo.
Semplicemente, per me l'Ombra e la Luce dovrebbero essere al servizio di una ritrovata meritocrazia dello sguardo, ma per adesso si registrano i 'soliti' ritardi in attesa della inaugurazione reggina della famigerata 54^ Edizione.
Cristina Pullano vive e lavora a Catanzaro.
http://soundcloud.com/cristinapullano
http://www.myspace.com/crisidemus
http://soundcloud.com/cristinapullano
http://www.myspace.com/crisidemus
lunedì 27 giugno 2011
Archiaro: l'essenzialità dell'utopia
Foto di Tommaso Cosco
Il tempo liberato nella magia del quotidiano concorre a creare la consapevolezza del sé per salvare noi stessi dalla dannazione.
Don Chisciotte, come un guardiano tra le colline di Archiaro che lo sovrastano, con lo sguardo oltre l'orizzonte, se la ride in groppa a Ronzinante, per una volta asino senza soma, mentre Pinocchio interrato conserva gli occhi vispi ed il lungo naso sembra fare marameo al cielo.
Semi piantati dagli avi e germogliati con le lacrime dei discendenti, frutti in macedonia e vino fruttato alle more che le api hanno provveduto ad impollinare, il vento si insinua e ti parla, accarezza ogni cosa e poi svanisce chissà dove, ti stringi in quello che sei diventato e la campana batte un altro colpo.
Musica.....cercata e trovata......costrutti senza ritornello e melodie plasmate da vecchi catananni che raccontano della luce divina, per rendere l'oscurità meno buia.
La percezione di quello che accade ad Archiaro è apparentemente volatile, quasi inafferrabile, per cui ci si sorprende di noi stessi e della capacità di accogliere i diversi input. Pause necessarie inducono alla riflessione.
I personaggi, come usciti dai racconti di Bolano, si muovono sulla scena con gesti autentici, primitivi, finalmente liberi da costrizione. Ognuno di essi è ben disposto a cogliere la poesia e a farsene contagiare, a seconda della tenuta del proprio alibi.
Archiaro come nelle pagine di Garcia Marquez ma in una primavera senza fine e senza patriarchi, in una festa di campagna dove Pauline accompagna le danze con la sua fisarmonica e Danielle Huillet e Jean-Marie Straub filmano emozioni sospese, come rugiada che si dissolve e rivela.
Una goccia nella goccia.
Zolle di terra impastate, rimestate e pestate, pronte a farsi dio. Turra.
Prometeiche capre si avventurano agili sui dirupi in cerca di icone da strappare mentre drones monocromatici sibilano nel cuore della foresta che brucia.
Una nenia si insinua piano, sembra sul punto di spezzarsi tanta è l'emozione, ma si fa forza del dolore e riprende vigore e dona forza per richiudersi infine in un silenzio epifanico.
lunedì 20 giugno 2011
Contact: Director redux
Un viaggio nello spazio interiore, alla ricerca del " siamo mai stati? ".
L'artista cerca ed è portatore di un linguaggio in divenire, si muove in una sorta di terra di nessuno dove trovare la memoria di chi l'ha attraversata.
Elementi nascosti sotto una visibilità diversa e rimossi precedentemente diventano, ora, flusso corrente di visioni ed utopie che si realizzano nel momento stesso della creazione e che acquistano forma e sostanza grazie alla manipolazione e alla sensibilità plastica dell’artista. Manufatti artigianali e strumenti del passaggio verso una personale ricerca producono movimento e vertigine verso antropologie liberate dall'oblio.
Le immagini ora oniriche ora liquide e materiche si fondono con testi e musiche in un monolite che agisce come un semplice bioscanner che permette di scandagliare uno spazio unico fatto di ricordi, emozioni e inconscio.
Riprese video, performance, manipolazione plastica di colori e materie: Fedele Tocci
Musica: Gianfranco Candeliere ( Enfants Perdus, Sentimental Machines )
Engineering: Fabio Cesana ( Fabiuska Studio - Castrovillari )
mercoledì 8 giugno 2011
Tim Hecker - Ravedeath, 1972
Tim Hecker, con Ravedeath, 1972, compone un lavoro di tale intensità che finalmente il suo nome esce dal ristretto novero degli affezionati. Il musicista canadese trova il suo paese immaginario nel fascino magmatico e magnetico dell'Islanda. Già prima di lui altri artisti si erano avventurati in queste terre con scenari da creazione del mondo in cerca di ispirazione, ma nessuno ha saputo tradurre in musica i caratteri più nascosti ed ancestrali di questa terra.
Ravedeath, 1972 rappresenta il lavoro noise-ambient più importante di questi ultimi anni.
E' dal 2003 che la stampa specializzata guarda con particolare interesse al musicista canadese, da quando The Wire ha considerato Radio Amor uno dei migliori album dell'anno. Tim Hecker genera uno stream of consciousness manipolando il suono generato da chitarre, piano, synts e field recordings e portando l'ascoltatore a sorvolare territori fisici e psichici ancora inesplorati, abbandonandosi al vortice di correnti sinfoniche che alternano stati diversi di coscienza. Un pianoforte sospinto fuori, appena prima del lancio, è la foto rappresentata in copertina.
Hecker realizza il suo sesto album da solista intervenendo su registrazioni fatte con l'organo a canne di una chiesa di Reykjavík, catturate nel corso di una lunga session nel luglio 2010 dall'australiano, islandese d'adozione, Ben Frost e successivamente sottoposte a una riscrittura in studio.
Ravedeath, 1972 è concettualmente un'opera noise, anche se suona tale solo per pochi tratti, data la presenza di rimbombanti drones, che lasciano comunque trasparire i tocchi pianistici e le spirali ascendenti prodotti dalle tastiere. Questo disco deve molto ai corrieri cosmici tedeschi per la spiritualità, per il respiro trascendente che si respira nei suoi solchi e per le distese sinfoniche wagneriane.
I brani, anche dai titoli, esprimono sensazioni forti immersi in paesaggi ambient e sospesi dai tocchi di un pianismo romantico che si alterna con frammenti di rumore. I riverberi naturali della location fanno da preludio alla contemplazione del silenzio. Molto importante è stato il lavoro di engineering e mastering di Ben Frost.
I precedenti album del musicista canadese non mi avevano mai convinto pienamente, ma questo è sicuramente il suo disco più riuscito, un'opera completa che sa cogliere pienamente il segno dei tempi con un suono plastico che aiuta la mente a librarsi in voli estatici ed il cuore ad aprirsi verso paesaggi infiniti. Con Ravedeath, 1972 Tim Hecker diventa a ragione la punta di diamante della musica ambient contemporanea, un ambito che va oltre i tapes basinskiani e l'avant-garde fennesziana.
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